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IL CONTESTO AMBIENTALE - lascienzaalvoto

NOTE

1 University of East Anglia, Climatic Research Unit, http://www.cru.uea.ac.uk/

2 IPCC (2014), Quinto rapporto IPCC sul clima (AR5):  http://www.ipcc.ch/report/ar5/wg1/ ;

Statements della Società Italiana per le Scienze del Clima (http://www.rome2015.it/wp-content/uploads/2015/11/FULL_statment_ROME2015_on_line.pdf) e della Società Chimica Italiana (https://www.soc.chim.it/it/printpdf/1466)

3  A. Pasini et al. (2017), Attribution of recent temperature behaviour reassessed by a neural-network method, Scientific Reports 7, 17681, e relativa bibliografia : http://www.nature.com/articles/s41598-017-18011-8

4  Ci si può riferire sempre a IPCC (2014): vedi nota 1.

5  F. Giorgi (2006), Climate change hot-spots, Geophysical Research Letters 33, L08707. http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2006GL025734/full

6  SCIA, Sistema nazionale per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione di dati Climatici di Interesse Ambientale: http://www.scia.isprambiente.it/home_new.asp

7 CNR-ISAC, Climate Monitoring for Italy: http://www.isac.cnr.it/climstor/climate_news.html

8  C. Lebeaupin et al. (2006), Sensitivity of torrential rain events to the sea surface temperature based on high resolution numerical forecasts, Journal of Geophysical Research 111, D15105.

F. Cassola et al. (2016), The role of the sea on the flash floods events over Liguria (northwestern Italy), Geophysical Research Letters 43, 3534–3542.

M.M. Miglietta et al. (2017), Effect of a positive Sea Surface Temperature anomaly on a Mediterranean tornadic supercell, Scientific Reports 7, 12828. http://www.nature.com/articles/s41598-017-13170-0

9  S. Castellari et al. (2014), Elementi per una Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, 2014.

http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/clima/snacc_2014_elementi.pdf .

10  S.L. Gariano, F. Guzzetti (2016), Landslides in a changing climate, Earth-Science Reviews, 162, 227–252.

11  B. Merz et al. (2014), Floods and climate: emerging perspectives for flood risk assessment and management, Natural Hazards and Earth System Sciences, 14(7), 1921–1942.

12 P.J. Ward et al. (2015), Usefulness and limitations of global flood risk models, Nature Climate Change, 5(8), 712–715.

13  MATTM (2015), Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, – SNAC MATTM.

14  Nelle pubblicazioni del 5° Rapporto sul clima IPCC (AR5) sono presenti interi capitoli su questi aspetti, che non coinvolgono ovviamente soltanto l’Italia, ma in linea generale l’intero Mediterraneo. Si veda anche F. Giorgi, P. Lionello (2008), Climate change projections for the Mediterranean region, Global and Planetary Change 63, 90-104.

15  MATTM (2015), op. cit.

16  MATTM (2015), op.cit.

17  EEA (2016), Urban adaptation to climate change in Europe, EEA Report 12/2016.

18  Si vedano: G. Mastrojeni, A. Pasini (2017), Effetto serra, effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea (Chiarelettere, Milano), con relativa bibliografia; A. Missirian, W. Schlenker (2017), Asylum applications respond to temperature fluctuations, Science 358, 1610-1614.

Il pianeta si sta riscaldando in maniera inequivocabile (le temperature medie globali sono aumentate di almeno 0,5 gradi nell’ultimo trentennio e di quasi 1 grado nell’ultimo secolo [1]) e diverse linee di evidenza (paleoclimatiche, osservative e tramite i modelli climatici globali) indicano che le influenze umane (soprattutto emissioni di gas serra da combustioni fossili e uso del suolo/deforestazione) sono state la causa dominante del riscaldamento recente [2]. Nuovi studi condotti con modelli di tipo completamente diverso trovano gli stessi risultati, che quindi sono da considerare molto robusti [3].

Il riscaldamento, dovuto alla nostra perturbazione del bilancio energetico terrestre – legata all’aumento dei gas climalteranti nell’atmosfera causato dalle attività umane – porta con sé la variazione di altre grandezze importanti dal punto di vista climatico, prima tra tutte la quantità di precipitazione, con cambiamenti più in generale in tutto il ciclo idrologico [4]. Inoltre, diverse zone del globo risentono di variazioni climatiche di entità diversa. In questo senso, da oltre un decennio il Mediterraneo è stato identificato come una delle zone più sensibili (un “hot spot”) per il cambiamento climatico [5].

In questo quadro, i cambiamenti climatici legati al riscaldamento globale portano con sé una serie di impatti sul territorio, gli ecosistemi, l’uomo (con la sua salute, le sue attività produttive – prima tra tutte l’agricoltura –, i suoi flussi migratori, ecc.) che ben si evidenziano al livello di una nazione come l’Italia. Inoltre, il cambiamento climatico rappresenta una causa comune (un cosiddetto  “driver”) anche per altri problemi ambientali, che hanno essi stessi le loro caratteristiche e peculiarità.

Anche in Italia i cambiamenti climatici sono molto evidenti (le temperature medie del Paese, ad esempio, sono aumentate di almeno 1 grado nell’ultimo trentennio [6] e di quasi 2 gradi nell’ultimo secolo [7]). Essi oggi influiscono in vari modi su diversi settori, e la tendenza generale è quella di un peggioramento della situazione, soprattutto in scenari di scarsa mitigazione climatica. Inoltre, senza efficaci azioni di adattamento e prevenzione del rischio, le calamità di tipo idro-meteo-climatico nel nostro Paese si trasformeranno sempre più frequentemente in disastri, con gravi danni e perdite socioeconomiche. Qui di seguito si riporta un elenco di problemi e criticità ambientali che dovrà affrontare il nostro Paese nei prossimi anni, legati al “driver” climatico, ma non solo:

  • aumento dell’intensità delle precipitazioni estreme, soprattutto dovuto al mare più caldo [8]; ciò porta ad acuire i problemi nei nostri luoghi fragili, tra cui molte città, in cui la natura del suolo antropizzato amplifica i danni di questi fenomeni;
  • aumento dei problemi di dissesto geo-idrologico, già gravi per la intrinseca vulnerabilità del territorio italiano. Questo dissesto (inondazioni, frane, colate di detrito, sprofondamenti) è diffuso (endemico) [in media due frane ogni km2 e oltre 30.000 km2 (il 10%) del territorio potenzialmente inondabile] e costoso [si stimano fra 1 e 2 miliardi di euro l’anno in danni diretti] in Italia, ed è influenzato dai cambiamenti climatici e ambientali, in atto o previsti [9] [10] [11] [12] ].
  • aumento del rischio da flash flood (alluvioni lampo), a causa sia del maggior contenuto di vapore in atmosfera (connesso alla maggior evaporazione dal mare e al fatto che un’atmosfera più calda può contenere più vapor d’acqua), sia per l’accresciuta instabilità verticale della massa d’aria. Questi due fatti determinano maggiore possibilità di innesco di fenomeni convettivi anche violenti;
  • fusione accelerata dei ghiacciai e impatti sulle riserve idriche;
  • emissione di sostanze contaminanti dall’acqua di fusione dei ghiacciai;
  • maggior rischio di inondazione ed erosione delle zone costiere, a causa di una incidenza maggiore di eventi meteorologici estremi e dell’innalzamento del livello del mare (anche in associazione al fenomeno della subsidenza, di origine sia naturale che antropica) ad esempio nelle zone costiere dell’Adriatico settentrionale [13];
  • aumento della penetrazione del “cuneo salino” nei fiumi come il Po, dovuto ad una riduzione della portata fluviale provocata da ridotti rilasci idrici montani, prelievi incontrollati e gestione non efficace delle acque;
  • aumento della durata e dell’intensità degli episodi di siccità, con conseguenze notevoli sulla produttività agricola e colturale (che andrebbe a ridursi notevolmente); inoltre la diminuzione della portata dei fiumi potrebbe comportare un incremento dell’inquinamento degli stessi e una diminuzione delle risorse idriche, in generale e in particolare di quelle da dedicarsi all’agricoltura [14];
  • la tendenza all’aumento della frequenza, intensità e persistenza dei fenomeni meteorologici anomali od estremi determina un aumento del rischio per l’agricoltura inteso in termini reddituali. La possibilità che si verifichino estremi climatici di segno opposto porta ogni anno a rischi nella diminuzione delle produzioni e della loro qualità, con contemporaneo aumento dei costi di produzione per far fronte alle emergenze, siano esse idriche, agronomiche o fitosanitarie. Tutto ciò può inoltre tradursi in rischi per gli operatori, per i consumatori come pure per l’ambiente;
  • aumento di rischi da fitopatie e fisiopatie sulle colture agrarie, dovuto alla modificazione degli equilibri pianta-patogeno ed all’ingresso ed all’adattamento di nuovi organismi patogeni nei nostri areali;
  • con l’aumento di temperatura si può pensare che la coltivazione di ulivo, agrumi e grano duro potrebbe diventare possibile nel nord dell’Italia, mentre nel sud e nel centro la coltivazione del mais potrebbe peggiorare e risentire ancor più della disponibilità di acqua irrigua [15]. In ogni caso, se questa è la tendenza media di lungo periodo, attualmente ciò che preoccupa di più sono gli eventi estremi che possono, da soli, pregiudicare la produzione di una intera annata;
  • maggior rischio di perdita di biodiversità e di ecosistemi naturali, soprattutto nelle zone alpine e negli ecosistemi montani [16];
  • la tendenza all’aumento nella frequenza ed intensità delle ondate di calore porterà ad un peggioramento della vivibilità di molte città e maggiore stress  termico per il corpo umano. Le ondate di calore comportano problemi sanitari gravi della popolazione più a rischio (anziani e portatori di patologie cardiorespiratorie) con un aumento repentino della mortalità nelle giornate più calde, specie nelle aree urbane;
  • all’aumentare nella frequenza ed intensità delle ondate di calore si associa anche una maggiore concentrazione degli inquinanti atmosferici di origine fotochimica (ad esempio, l’ozono) che hanno azione tossica per l’organismo umano e sono responsabili di patologie acute e croniche dell’apparato respiratorio e cardiovascolare;
  • l’inquinamento atmosferico da traffico veicolare, di origine industriale e da combustione di biomasse (legna e pellet) rappresenta un problema ambientale e sanitario rilevante in Italia. L’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha stimato decine di migliaia di decessi prematuri all’anno a causa dell’esposizione a polveri PM2.5. Inoltre, la riduzione dell’inquinamento ambientale avrebbe ripercussioni favorevoli anche per il cambiamento climatico. Infatti, gli inquinanti climatici a vita breve (short-lived climate pollutants, SLCP) sono potenti fattori climatici che rimangono nell’atmosfera per un periodo di tempo molto più breve rispetto agli inquinanti climatici a vita più lunga, come la CO2. Tra questi la fuliggine o nerofumo (black carbon, prodotto dalla combustione incompleta dei prodotti petroliferi e della legna) e l’ozono. La loro potenza relativa, misurata in termini di riscaldamento dell’atmosfera, può essere di decine e centinaia di volte superiore a quella della CO2. Gli SLCP sono inquinanti atmosferici nocivi e gli impatti degli SLCP sono particolarmente forti nel breve periodo. Ridurre queste emissioni può avere un impatto benefico immediato sui cambiamenti climatici e migliorare la salute pubblica;
  • le ondate di calore inducono in ambito urbano impatti significativi sulle condizioni di socialità dovuti alla minore frequentazione (causa temperature eccessive) di spazi pubblici e luoghi di incontro (piazze, strade, centri ricreativi, etc);
  • il cambiamento climatico induce impatti sulla competitività e sulle opportunità economiche, soprattutto negli insediamenti dove il sistema produttivo è basato sull’agricoltura, sulla selvicoltura, sulla pesca e sul turismo [17];
  • gli eventi estremi (cloudburst, venti, mareggiate, ondate di calore) incideranno progressivamente in maniera più severa sulla funzionalità delle reti e dei servizi di trasporto, specialmente quelli delle grandi aree metropolitane, dove la richiesta di energia per il raffrescamento potrà causare sovraccarichi e black-out;
  • i cambiamenti climatici non sono estranei neanche al problema delle migrazioni, che è diventato un’emergenza cruciale nel nostro Paese. Infatti, essi sono una concausa importante (soprattutto come “driver” di desertificazione e perdita di raccolti) per le migrazioni dal Sahel, che rappresentano il 90% dei flussi migratori che interessano l’Italia [18]. E’ chiaro che esistono anche altre cause di migrazione (regimi corrotti, guerre etniche, ecc.), ma comunque il cambiamento climatico appare come una concausa importante di innesco di conflittualità/migrazioni o come un amplificatore di crisi in Stati fragili.